16 novembre 2008

Eluana, «diritti umani violati»

Marco Espa e Giampiero Griffo contro la sentenza della Cassazione «La ragazza non può essere lasciata morire di fame e di sete» (La Nuova Sardegna del 16 novembre 2008)
per leggere l'intervento di Ada e Marco sull'Unione Sarda del 21 novembre, clicca qui (pdf)


CAGLIARI. Fischiano le orecchie ai 150 sardi con disabilità grave quasi simile, o anche superiore, a quella di Eluana Englaro, la ragazza da 17 anni in stato vegetativo con difetto di coscienza, per la quale potrebbe aprirsi la strada dell’interruzione dell’idratazione e alimentazione artificiali. Una sensazione captata da Giampiero Griffo, componente dell’esecutivo mondiale di Disabled Peoples’ International, e Marco Espa, per diversi anni presidente dell’associazione sarda bambini cerebrolesi: «Dopo la sentenza della Suprema Corte di Cassazione è forte il rischio - dicono - che qualcuno scriva nella sua storia personale disabilità grave uguale vita non degna d’essere vissuta». Pericolo da evitare a tutti i costi. Prima mossa sul fronte dell’informazione. Giampiero Griffo, una vita in carrozzella per una poliemielite grave, ostacoli e pregiudizi culturali ne ha visti di ogni tipo, ma non per questo rinuncia alla sua volontà di lottare. Fino all’altro giorno in Kosovo, la settima scorsa a Bruxelles, ieri in Sardegna, qualche mese fa a New York: «Questa sentenza contrasta con la Convenzione delle Nazioni unite sui diritti delle persone con disabilità, approvata dall’assemblea generale il 13 dicembre 2006 ed entrata in vigore il 3 maggio scorso».
«Mi sembra assurda l’autorizzazione della Suprema Corte», dice Marco Espa, che conosce Beppino Englaro, papà di Eluana, con cui ha polemizzato anche nel programma “Porta a porta”. «Il discrimine per decidere l’opportunità o meno di prolungare una vita - aggiunge il consigliere regionale Pd - non è il sondino naso-gola accessorio indispensabile per nutrire certi disabili gravi, non certo accanimento terapeutico. Alcuni lo portano per tutta la vita». Con una precisazione aggiuntiva sul tipo di disabilità della Englaro: si trova in un reparto di riabilitazione di una casa di cura lecchese, dove è nutrita e idratata, alzata dal letto ogni giorno per la fisioterapia e spostata in carrozzina all’interno della clinica o nel suo giardino. «Stigmatizziamo il fatto - chiarisce Espa - che la ragazza possa essere lasciata morire di fame e sete. E’ una violazione palese dei diritti umani. Se lascio morire di fame e sete un cane, mi denunciano, se riservo lo stesso trattamento a un disabile grave va tutto bene».
I disabili gravi in Sardegna sono 14 mila, 150-200 in condizioni simili o peggiori a quelle di Eluana. Categoria di malati al centro di un dibattito etico internazionale. “Non molto tempo fa - dice Griffo - il Collegio reale delle ostetriche e dei ginecologi di Londra ha chiesto a una commissione di bioetica la possibilità di uccidere i neonati con disabilità gravi, per tutelare il bene superiore delle famiglie e risparmiare ai genitori il fardello emotivo e il peso economico della cura per un bambino gravemente disabile”. «Una grande lezione - conclude Espa - ci viene dalle suore che da anni accudiscono Eluana». Il loro messaggio è super partes: «Affermiano la nostra disponibilità a continuare a servire, oggi e in futuro, Eluana. Se c’è chi la considera morta, lasci che rimanga con noi che la sentiamo viva. Non chiediamo nulla in cambio».
Mario Girau - La Nuova Sardegna

5 commenti:

Roberto ha detto...

Sono rimasto profondamente colpito da questo articolo. Sento molto lontani dalla mia sensibilità sia i contenuti che il linguaggio utilizzato, che in qualche passaggio mi sembra davvero violento. Caro Marco mi dispiace moltissimo, ma il mio dissenso con te su questi temi è totale, e mi preoccupa un po' il disagio che questo genera in me.

Marco Espa ha detto...

ciao Roberto. Sicuramente ci conosciamo ma non ho potuto capire chi sei. Sulle diverse sensibilità, ci sta tutto, è chiarissimo che si possono avere posizioni diverse.
Se vuoi, sono pronto ad approfondire con te le parti che giudichi violente, non ho mai usato la violenza... rimango a disposizione anche per una analisi sulla forma, che in questo caso può essere contenuto. A presto Marco

Marco Espa ha detto...

dimenticavo.... Potrebbe essere un'occasione per tutti per entrare senza pregiudizi e fronzoli, nello specifico, sull'argomento. Credo che la lettura della lettera mia e di Ada pubblicata sull'unione e pubblicata sul blog sia ulteriormente rappresentativa.
Per esempio mi chiedo se sia giusto non somministrare idratazione ad una persona in situazione estrema.

Daniele Onnis ha detto...

Caro Marco,
ovviamente mi sento molto vicino alla tua visione, se non altro perchè la testimonianza di tante famiglie vale molto più dei fiumi di parole che scorrono in questi giorni tra giornali e tv. Ti scrivo dei pensieri dettati dallo sgomento della lettura dei quotidiani di oggi e da alcune questioni di coscienza sulle quali credo che ogni persona attenta dovrebbe più volte tornare a interrogarsi.
Il caso Englaro è stato utilizzato strumentalmente per far passare un provvedimento sovversivo e gravemente lesivo della Costituzione della Repubblica. Il decreto del Governo violava il principio costituzionale secondo cui non è ammissibile rendere inefficace per via di decreto una sentenza passata in giudicato e la cui validità è stata confermata dalla Corte di Cassazione. Il Presidente della repubblica non poteva che respingere il provvedimento. E così ha fatto. Da ciò, e non dal caso in sé, nascono le mie cosiderazioni.
Mi piacerebbe pensare a quel decreto come una ingenuità, dovuta alla notoriamente scarsa cultura istituzionale della destra, ma sono invece costretto a vedere in esso una mossa studiata in modo mostruosamente cinico e strumentale, in modo da creare un precedente. Basta astrarsi per un momento dal clamore emotivo che il caso ha suscitato e guardare più al contesto. È un fatto che proprio mentre il governo sta per mettere mano per l'ennesima volta alla giustizia, possa accadere che il presidente della repubblica gli metta i bastoni tra le ruote nominando, legittimamente e secondo le sue prerogative istituzionali, un giudice della corte costituzionale.
Inoltre qualora la maggioranza, cavalcando l'onda emotiva dell'opinione pubblica (disciplina in cui la destra eccelle), fosse riuscita a far passare il provvedimento, ciò avrebbe costituito un importante precedente con riguardo alle pendenze giudiziarie del presidente del consiglio e alla sua battaglia (già di per sé sovversiva) contro un'altra istituzione dello Stato, la magistratura. Cosa succederebbe se il Governo potesse sovvertire le sentenze passate in giudicato, magari che riguardano un esponente del governo stesso?
Comunque sia andata, in paio di punti la maggioranza li ha messi a segno: a pochi mesi dalle elezioni europee, ha spaccato il Pd; ha ricompattato l'appoggio dei cattolici, in un momento in cui esso poteva essere messo a rischio dalla sconfessione da parte della chiesa dei provvedimenti razzisti sulla assistenza agli immigrati clandestini; ha deviato l'attenzione mediatica dagli ultimi fatti di cronaca che mettevano in discussione le politiche del governo sulla sicurezza, sventolando la cui bandiera la destra aveva vinto le elezioni politiche. Tanto fumo negli occhi, dunque. E i cattolici? Sono stati ancora una volta i primi ad abboccare.

Vorrei chiudere con alcune considerazioni di natura etica, senza entrare nel merito dei provvedimenti in questione. L'epilogo del caso Englaro è un profondo dilemma etico. Se il ddl fosse stato approvato, il presidente del consiglio sarebbe passato per un eroe, da paladino dei “valori” (vale a dire dell'etica pubblica). Ma siamo sicuri che sia proprio così? L'etica non è una somma di valori, ma un insieme di norme condivise da una comunità. Se questa comunità è uno stato democratico tali norme costituiscono l'aspetto sostanziale di quel contratto sociale che si formalizza nella Costituzione. Non è dunque paradossale, anzi contraddittorio, sovvertire la Costituzione per affermare un provvedimento “etico”?
In materie come questa, il Parlamento (non il Governo) dovrebbe legiferare cercando di trovare il più ampio consenso, basato sul dialogo e cercando di limitare la prevaricazione di alcune posizioni morali su altre. È perciò inaccettabile un intervento d’urgenza per imporre il punto di vista di una parte (il ddl) contro il provvedimento che riflette i valori comuni di tutti: la sentenza della Cassazione passata in giudicato, secondo procedure valide e generalmente accettate, in quanto espressione del patto etico incorporato nella Costituzione. Allora, qual è la scelta “etica”?
ciao
Daniele

Marco Espa ha detto...

ciao Daniele
Letizia de Torre mi scrive
Prendere una decisione legislativa sull’onda di una estrema emozione (e ci sarebbe da chiedersi perché la maggioranza non abbia impresso per tempo una accelerazione al disegno di legge sulle ′disposizioni anticipate di trattamento′ già in discussione in Commissione al Senato); prenderla oltretutto connotandola quasi come una sfida verso gli altri poteri dello Stato e reclamando la decretazione d’urgenza come necessità ordinaria; prenderla, soprattutto, senza avere come priorità l’unificare il Paese intorno a valori condivisi è sempre, a mio avviso, una scelta carica di rischi gravi non solo per la democrazia, ma, ancor prima, per la qualità della nostra civiltà. E’ quello che sta vivendo l’Italia intorno ad Eluana Englaro.

Non avrei mai voluto che alcuno – e tanto meno la Magistratura in assenza di una legge ed il Parlamento invece di avere emanato una legge – fossero entrati così maldestramente e, per certi versi, strumentalmente nella vita di una persona e della sua famiglia in sofferenza mentre al Senato era in fase avanzata l’iter di un progetto legislativo. Parimenti non avrei voluto che fosse stata impressa una accelerazione nell’attuare la sentenza della Corte sul caso Englaro. Eppure la sofferenza comunque nasca, da ovunque venga - non solo la sofferenza di Eulana o di suo padre, ma anche quella che ha attraversato tutti per un verso o per il verso opposto - ha un valore che sovrasta tutto: è, per così dire, sacra ed ha la forza di far crescere l’umanità. Vorrei quindi ribaltare la visione turbata di queste ore provando a raccogliere almeno un po’ del positivo che ci lascia la forte e dolorosa esperienza collettiva di queste set timane.

• Ci stiamo confrontando, dentro di noi e tra di noi, con le frontiere della vita. E’ importante poiché le ricerche, qualche volta esasperate, di allontanarne la fine con ogni mezzo ci fanno sentire super uomini. E paradossalmente infelici. Ritrovare, al contrario, un rapporto naturale con i limiti ed anche con la morte eleverebbe la nostra umanità. Ci farebbe più ‘persone’, più amanti della vita, più capaci di accogliere qualunque vita in una dimensione acclarata e normale di condivisione, e la morte come condizione naturale dell’esistenza.

• Siamo indotti a riflettere sulla cura che si deve ad una persona gravemente disabile. E’ importante perché i costi sanitari dei paesi avanzati saranno sempre più onerosi in tempi di crisi e i ‘drastici risparmi’ usati altrove (come quelli delle cliniche statunitensi dove si lasciano morire bimbi nati disabili non nutrendoli) potrebbe essere una facile soluzione per la riduzione dei costi. Ed invece la persona è un valore intrinseco, che non dipende dalle circostanze esistenziali né dal riconoscimento da parte degli altri di tale dignità, né dalla sua utilità economica o sociale. E se è così i nostri bilanci pubblici, nazionali e locali, devono dare priorità a tutte le politiche di cura e di integrazione.

• Forse siamo spinti a guardare tutti con altri occhi. Si, perché la persona vale anche se non è della nostra gente. Vale anche quando ha il volto terrorizzato ed esausto di chi arriva a Lampedusa con le carrette del mare. Anche dell’immigrato irregolare che si rivolge ad un medico. Vale anche quando ha i modi diversi di uno zingaro o di un naziskin dalla testa rasata. Per ciascuno uno Stato ha il dovere di mettere in atto politiche di vita, di dignità, di crescita, aiutando a ritrovare – laddove smarrito – il senso dell’appartenenza ad una comunità, che sa e deve essere solidale e nel contempo garantire una pacifica convivenza.

• E poi – e qui forse sta il cuore del problema – in questa vicenda si è incrinato il nostro individualismo. Il nostro terribile individualismo che ci fa agire sempre rivolti a noi e non all’altro. Ci fa vivere per noi, mentre sarebbe umanamente più interessante vivere per gli altri. Ci fa morire per noi, mentre persino la morte potrebbe essere una esperienza di relazione con le persone e con il cosmo. Mica per nulla san Francesco diceva ‘sorella morte’.

• Ne usciamo insomma con più responsabilità e ciò può facilitarci nella ricerca di una linea condivisa. Provo ad abbozzarne una su cui ho visto convergere pronunciamenti di tanti colleghi: tra la certezza clinica della vita e la certezza clinica della morte, c’è un tratto della nostra esistenza di cui non abbiamo certezze scientifiche sul grado di consapevolezza di sé e sulle interazioni con l’ambiente, né sull’evoluzione di tali condizioni. Forse non le avremo mai. Per questo intervallo è ragionevole, ed anche rispettoso della fede dei valori di ciascuno, concordare che, come già avviene se ci esprimiamo coscientemente, sia la nostra coscienza a scegliere attraverso le dichiarazioni anticipate. Parallelamente concordare che il medico, davanti a questo testamento, non sia un mero esecutore, ma richiamando la sua missione a partire dal giuramento di Ippocrate, prenda la nostra parte eseguendo , con la garanzia del fiduciario indicato nelle ‘disposizioni anticipate di trattamento’, le disposizioni non vincolanti che gli mettiamo in mano, come le interpreteremmo noi nel rapporto di fiducia col nostro medico in quella fase della nostra vita. In conclusione con questa esperienza non ordinaria alle spalle il lavoro parlamentare per il varo di una legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento in fine vita, potrebbe passare da una visione individualista ad una fondata sulla relazione. Fondandoci sulla relazione possiamo deporre sicurezze bandite come armi; possiamo sanare il turbamento e le ferite culturali prodotte in queste settimane. Possiamo, nel rispetto della posizione dell’altro che ciascun legislatore deve provare a comprendere dentro di sé, riscrivere un testo che sia di tutti e che ci faccia essere più persone, più legati gli uni agli altri, più capaci di vivere e morire in relazione.